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Europa e parità di genere: più attenzione a lavoro e AI, meno allo sport

La strategia UE sottolinea come nessun paese al mondo è oggi sulla buona strada per raggiungere la piena parità di genere entro il 2030

 

Proseguendo il lavoro di analisi sui piani quinquennali della Commissione Europea, che più da vicino interessano la Uisp, analizziamo in questo articolo la Strategia UE per la parità di genere 2026-2030. Questo nuovo piano punta a portare la gender equality in tutti gli ambiti della vita, con azioni concrete su violenza di genere, salute, lavoro, partecipazione politica ed economia. La Commissione sottolinea anche che, al ritmo attuale, all’UE servirebbero ancora circa 50 anni per arrivare alla piena parità.

La strategia 2026-2030 è soprattutto un piano di mainstreaming: non si limita a un settore, ma prova a incidere su sicurezza, salute, lavoro, politica e digitale insieme.

La strategia in breve

La nuova strategia abbandona l'impostazione "a doppio binario" del 2020 (misure mirate + mainstreaming) e si organizza invece attorno agli 8 principi della "tabella di marcia per i diritti delle donne" (adottata a marzo 2025), che struttura l'intero documento:

  • Libertà dalla violenza di genere: il pilastro centrale è l'attuazione della direttiva sulla violenza contro le donne (2024). La vera novità è lo spostamento del baricentro verso la violenza online: deepfake e "deepnude" generati con l'intelligenza artificiale, applicazione del Digital Services Act e un dialogo regolatorio strutturato con le grandi piattaforme digitali.
  • Salute fisica e mentale: al centro c'è il gender health gap: la scarsa attenzione storica della ricerca medica alle specificità femminili. Le azioni previste includono sperimentazioni cliniche più sensibili al genere, una nuova collaborazione con l'OMS e una presa di posizione sull'iniziativa dei cittadini europei "My Voice My Choice" sull'accesso all'aborto sicuro.
  • Equilibrio vita-lavoro e assistenza: la parola chiave è cura: il futuro European Care Deal e un patto europeo per l'assistenza puntano a colmare il gender care gap, ossia lo squilibrio nel carico di lavoro domestico e di assistenza non retribuito che grava soprattutto sulle donne.
  • Occupazione e condizioni di lavoro: si affrontano le molestie sessuali sul lavoro (fenomeno ancora privo di meccanismi di prevenzione dedicati), i nuovi rischi legati alla gestione algoritmica basata su IA nelle assunzioni e nella valutazione del personale, e una verifica dell'efficacia della direttiva sull'equilibrio di genere nei consigli di amministrazione.
  • Istruzione: prosegue "Girls Go STEM" per avvicinare le ragazze a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Novità assoluta rispetto al 2020 è l'approccio "Boys in HEAL", che affronta la sotto-rappresentazione maschile in salute, istruzione, amministrazione e alfabetizzazione.
  • Partecipazione politica e vita pubblica: il tema è la sicurezza delle donne impegnate in politica, bersaglio sproporzionato di violenza online, disinformazione mirata e narrazioni "anti-gender" — un fenomeno che la Commissione collega anche alla polarizzazione online tra giovani uomini e donne e all'ideologia incel.
  • Meccanismi istituzionali: riguarda l'infrastruttura amministrativa della parità: il gender budgeting nel prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034, il rafforzamento della rete dei coordinatori per la parità nella Commissione, e la richiesta agli Stati membri di dotarsi di piani d'azione nazionali entro il 2027.

In chiusura la strategia sottolinea come nessun paese al mondo è oggi sulla buona strada per raggiungere la piena parità di genere entro il 2030 — anzi, i progressi regrediscono in molte aree del mondo a causa di conflitti armati, arretramento democratico, frammentazione geopolitica e cambiamento climatico. Da qui l'urgenza di rilanciare l'impegno esterno dell'UE.

In particolare, è interessante sottolineare che sul piano sociale, la cooperazione internazionale della strategia si muove lungo tre assi principali. Il primo riguarda la protezione delle donne nei conflitti e nelle emergenze umanitarie. Qui la novità più concreta è SHIELD (Sexual and Reproductive Health in Emergencies and Life in Dignity), un'iniziativa faro che la Commissione avvierà nel 2026. SHIELD nasce dalla constatazione che nei contesti di crisi — conflitti, sfollamenti, catastrofi climatiche — l'accesso delle donne alla salute sessuale e riproduttiva viene spesso interrotto proprio quando i bisogni sono più critici (gravidanze a rischio, mancanza di assistenza ostetrica, esposizione alla violenza sessuale). L'iniziativa si concentra quindi su due fronti congiunti: garantire l'accesso a servizi di salute sessuale e riproduttiva anche in emergenza, e sostenere le vittime di violenza di genere in questi stessi contesti. Accanto a SHIELD, la Commissione prevede anche di aggiornare la propria politica di genere in materia di aiuti umanitari nel suo complesso.

Il secondo filone riguarda l'agenda Donne, Pace e Sicurezza, che affonda le radici nella risoluzione ONU 1325 del 2000, il primo atto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a riconoscere ufficialmente il legame tra genere e processi di pace, chiedendo una maggiore partecipazione delle donne nella prevenzione dei conflitti, nel mantenimento della pace e nella ricostruzione post-bellica. Obiettivo dichiarato è integrare sistematicamente questa agenda non solo nelle missioni di pace tradizionali, ma anche nei partenariati di sicurezza e difesa dell'UE — un ambito, quello della difesa, in cui la componente di genere è storicamente meno presente rispetto alla cooperazione allo sviluppo. In pratica, si tratta di garantire che la protezione delle donne dalla violenza di genere in contesti di conflitto, ma anche la loro partecipazione ai processi di pace e ricostruzione, diventino parte strutturale della postura di sicurezza dell'UE, e non un'aggiunta accessoria.

Il terzo asse riguarda il sostegno ai diritti politici e sociali nei paesi partner e candidati: dialoghi bilaterali sui diritti umani, osservazione elettorale attenta alla partecipazione politica delle donne, e — per i paesi candidati all'adesione — la verifica dell'allineamento della loro legislazione all'acquis UE in materia di parità di genere, secondo l'approccio "priorità alle questioni fondamentali".

Infine, la parità di genere viene integrata nei grandi programmi di sviluppo dell'UE: nel Global Gateway, la strategia europea di investimenti infrastrutturali globali, per promuovere l'accesso delle donne a lavoro dignitoso e imprenditorialità; e nel Patto per il Mediterraneo, dove parità di genere, emancipazione femminile e istruzione sono indicate come priorità trasversali della cooperazione con i paesi dell'area.

Rispetto alla strategia 2020-2025, la nuova strategia non cambia obiettivo di fondo, ma rafforza e aggiorna il quadro: si appoggia ai risultati normativi ottenuti nel 2020-2025 e li traduce in azioni più operative, soprattutto su violenza online, IA, salute, lavoro e leadership. Davvero preoccupante è che i dati di partenza sono simili (1 donna su 3 vittima di violenza di genere; gap pensionistico attorno al 25-30%); quindi nonostante le politiche attuate in Europa e nei vari paesi, il gap fra uomini e donne non si è assottigliato.

Nel nuovo piano, c’è più attenzione al digitale, entrano con più forza temi come cyberviolenza, deepfake e rischi legati all’IA, che nel ciclo precedente erano meno centrali. 

Altra cosa interessante per Uisp e lo sviluppo dei progetti Differenze e Differenze 2.0 rispetto al tema istruzione tra le azioni chiave segnalate dalla Commissione: “sostenere l'elaborazione e la promozione di materiale sulla lotta agli stereotipi di genere per le scuole e gli insegnanti” (pag. 18)

Purtroppo, bisogna segnalare come nella nuova strategia ci sia una forte contrazione delle azioni che coinvolgono il mondo dello sport. Nel testo 2026-2030 lo sport compare solo nel Principio 6 (Istruzione) riducendosi a questo breve paragrafo: “La cultura e lo sport costituiscono potenti strumenti di contrasto agli stereotipi di genere nei contesti educativi e di altro tipo. Diverse iniziative a livello dell'UE utilizzano la cultura per promuovere la parità di genere, mentre la politica dello sport incoraggia modelli di riferimento femminili e contribuisce a colmare il divario di genere nella pratica dell'attività fisica. La Commissione rafforzerà l'integrazione della dimensione di genere in questi settori, in particolare nel contesto della settimana europea dello sport, dei premi dell'UE per lo sport #BeActive, di Erasmus+ Sport e della visione strategica per lo sport in Europa, al fine di rafforzare il modello europeo dello sport.” (pag. 18)

Nella strategia precedente veniva annunciato che "il quadro strategico rinnovato per la parità di genere nello sport promuoverà la partecipazione delle donne e delle ragazze allo sport e all'attività fisica e l'equilibrio di genere nelle posizioni dirigenziali all'interno delle organizzazioni sportive." (pag. 11). Per Uisp questa sottolineatura è stata di grande importanza, perché per la prima volta si sottolineava il ruolo delle donne nel mondo dello sport non solo come atlete, ma anche come possibili future dirigenti. Anche se è un paragrafo breve mostrava una rinnovata attenzione della Commissione Europea verso le competenze delle donne in chiave manageriale e gestionale nel mondo dello sport. 

Invece, la nuova strategia sembra tornare alla visione della discriminazione di genere soprattutto in merito all’attività fisica, senza considerare la complessità e la ricchezza dello sport nella sua interezza.

Approfondimento su STEM vs HEAL

Tra le novità della strategia 2026-2030 spicca un parallelismo interessante tra due iniziative pensate per i più giovani. Da un lato prosegue "Girls Go STEM", che punta ad attrarre un milione di ragazze verso scienza, tecnologia, ingegneria e matematica entro il 2028, attraverso un'iniziativa guidata dall'Istituto europeo di tecnologia e un pacchetto sull'istruzione per rafforzare le competenze di base fin dalla giovane età. La logica è nota: intervenire precocemente sugli stereotipi che scoraggiano le ragazze da percorsi percepiti come "maschili", perché le scelte educative finiscono per alimentare la segregazione occupazionale e, di conseguenza, anche il divario retributivo.

La vera novità, però, è l'introduzione di un approccio speculare: "Boys in HEAL" (Health, Education, Administration, Literacy), che affronta lo stesso problema dalla direzione opposta. I ragazzi, infatti, hanno oggi risultati scolastici mediamente peggiori in tutta l'UE e restano sotto-rappresentati in settori come sanità, istruzione, pubblica amministrazione e alfabetizzazione — ambiti percepiti come "femminili" e spesso meno remunerati. Rispetto a STEM, l'iniziativa è ancora acerba: non ha un obiettivo quantitativo dichiarato né una struttura di governance dedicata, ed è annunciata come "in valutazione". Per ora la Commissione prevede solo un manuale basato su evidenze, atteso per il 2028, sul quale costruire eventuali azioni successive.

Il dato politico più rilevante è che, per la prima volta, la Commissione riconosce esplicitamente che gli stereotipi di genere danneggiano anche i ragazzi — un'ottica sostanzialmente assente nella strategia 2020-2025, che trattava la parità quasi esclusivamente come riequilibrio a favore delle donne.

Parere del CESE sulla Strategia 

Il 15 luglio il Comitato Europeo Economico e Sociale ha pubblicato il suo Parere sulla Strategia per la parità di genere, accogliendola con favore e definendola un segnale importante in un momento in cui i progressi sulla parità rischiano di arretrare. Il CESE sostiene in particolare il nuovo quadro di performance e rendicontazione previsto nell'ambito del quadro finanziario pluriennale, che rende la parità di genere un principio orizzontale in tutti i programmi di finanziamento UE. Soprattutto, sottolinea l’importanza del principio dell'intersezionalità, ovvero la consapevolezza che le disuguaglianze di genere si intrecciano con altri fattori di discriminazione, come età, disabilità, origine etnica o contesto migratorio.

Accanto a questi apprezzamenti, il parere non risparmia però alcune critiche sostanziali. 

La più netta riguarda il nodo dell'attuazione: secondo il CESE, il vero limite della strategia precedente (2020-2025) non era la mancanza di ambizione, ma un'applicazione disomogenea tra i diversi Stati membri — un rischio che, avverte il Comitato, potrebbe ripresentarsi anche questa volta se non si rafforzano risorse, indicatori comuni e meccanismi di monitoraggio efficaci. 

Strettamente collegata è la richiesta di maggiore chiarezza concettuale: termini come parità di genere, intersezionalità e integrazione della dimensione di genere, sottolinea il CESE, devono essere applicati in modo coerente, perché la loro vaghezza rischia di indebolirne l'efficacia pratica. 

Il Comitato esprime poi preoccupazione per il legame tra il regresso della parità di genere e le pressioni più ampie che si registrano sullo spazio civico, sulla partecipazione democratica e sui diritti fondamentali, chiedendo che vengano protetti gli spazi della società civile — compresi quelli online — e che le organizzazioni impegnate sulla parità continuino a ricevere finanziamenti stabili. 

Infine, sul fronte della digitalizzazione e dell'intelligenza artificiale, il CESE chiede un approccio più esplicito e fondato sui diritti, segnalando che i rischi di distorsione di genere non riguardano solo la violenza online già al centro della strategia della Commissione, ma anche fenomeni meno visibili come i pregiudizi algoritmici nelle assunzioni, nella valutazione del credito e nell'erogazione dei servizi sanitari.

Il parere si chiude con un'affermazione che ne condensa efficacemente il tono di fondo: "Il tempo per ribadire gli impegni è ormai finito; l'accento va ora posto sull'attuazione, sulla realizzazione e sulla misurazione dei risultati conseguiti."

Anche in questo caso, come già rilevato per le altre strategie quinquennali analizzate, il CESE non fa alcun riferimento esplicito alla dimensione sociale che lo sport e il tempo libero portano all’interno delle politiche per le pari opportunità. Sembra prevalere la dimensione economica e del mondo del lavoro, con l’unica eccezione rilevante del capitolo dedicato all’istruzione. Come già osservato in precedenza, ignorare la componente socio-relazionale dello sport — un settore che vede peraltro una presenza femminile in forte espansione — significa anche trascurarne la complessità: il rischio è di sottovalutare la necessità di intervenire con politiche di parità in un ambito dove la lotta alle molestie e agli abusi sessuali resta particolarmente urgente, come confermano dati tutt’altro che rassicuranti(Daniela Conti, Responsabile Politiche per l’Interculturalità e la Cooperazione Uisp)